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Bronte, patria del Pistacchio DOP

L'Origine di Bronte

Secondo la mitologia, l’origine di Bronte e il suo stesso nome derivano dal mito dei Ciclopi, giganteschi esseri dalla forma umana simbolo delle forze della natura.

Il suo fondatore sarebbe il ciclope Bronte, il cui nome significa "tuono".

Bronte e i suoi fratelli Sterope ("lampo") e Piracmon ("incudine ardente"), al servizio del dio Vulcano, erano stati condannati a lavorare presso la fucina del dio dentro le viscere dell’Etna con il compito di fabbricare i fulmini di Giove e le armi degli eroi.

Dal punto di vista storico, si hanno poche notizie certe sulle origini della cittadina ed esistono solo alcuni ruderi che ne testimoniano l’antica nascita. Secondo alcuni studiosi, le origini vanno ricercate nella storia delle varie occupazioni territoriali della Sicilia.

In particolare, si attesterebbero nel momento in cui i Siculi, provenienti dalla parte meridionale dell’Italia, con la forza delle armi, occuparono parte della Sicilia orientale e relegarono i Sicani nella parte occidentale dell’Etna. Qui appunto avrebbero fondato Bronte.

Bronte è il luogo del mito che avvolge la storia e ne diventa il simbolo nella letteratura. Così si chiamava uno dei tre ciclopi che forgiavano tuoni e lampi per il padre Zeus con gli eterni fuochi dell'Etna.

Ne parlava, in toni poetici, Esiodo, che forse precedette Omero, ne ripeterono il racconto Virgilio e Ovidio negli anni più gloriosi di Roma.

Bronte in greco significa «tuono, rimbombo» e visto che il padre Zeus era il dio delle folgori, niente di strano che uno dei suoi assistenti si chiamasse «Rimbombo».

Che poi fosse uno dei Ciclopi e che abitasse nell'Etna dipende da quella poetica creativa che permetteva agli antichi di dare forma visibile ad entità immateriali: le sorgenti erano ninfe bellissime, le ore erano fanciulle danzanti e il tuono era un gigante possente.

Nell'antichità classica nessun abitato è stato registrato con il nome di Bronte; il Medio Evo arabo, indagato meticolosamente da Michele Amari, non registra alcun villaggio o casolare che avesse un nome simile. C'era, nei paraggi, Maniace (nome storico greco), c'era Bolo, con tanto di castello, ma Bronte no.

Emerge dalle nebbie solo nel Cinquecento, con la fioritura rinascimentale, quando a qualche erudito non sarà parso vero di dare un nome epico al villaggio che guardava da nord il possente vulcano.

Il momento in cui Bronte conquistò una gloria internazionale fu la fine del Settecento.

I Borboni di Napoli erano in grosse difficoltà davanti all'avanzata della Rivoluzione. La regina Maria Carolina (sorella di Maria Antonietta) temeva fortemente di fare la stessa fine della sorella sulla ghigliottina. I Savoia avevano preso, non proprio di buon grado, la via di Parigi. Il papa era prigioniero.

Tutto sembrava perduto.

La regina, che era austriaca, figlia di Maria Teresa, sospirava la tranquillità dei monti di Salisburgo, la pace di Graz: ma come tornarci?

Il re Ferdinando, che dopo le nozze aveva fatto un trionfale giro in Sicilia (e gli fu innalzato a Catania l'arco barocco che ora si chiama porta Garibaldi) sperava di riparare a Palermo. Ma come?

A salvarlo intervenne l'ammiraglio britannico Orazio Nelson, che imbarcò i sovrani sulla Vanguard e fece vela verso la Sicilia. Una traversata infernale (erano gli ultimi di dicembre del 1799), la austriaca Maria Carolina era atterrita, il re stravolto, trai cortigiani nessuno che sapesse resistere, persino l'ammiraglio era allo stremo.

Una sola persona, una donna, sfidava gli elementi, dominatrice della tempesta, serena tra i marosi, sicura nel dare conforto a tutti: Lady Emma, moglie di sir William Hamilton, avventuriera, affascinante con un manifesto ascendente sul comandante. Come se lei stessa avesse salvato la famiglia reale.

Quando la Rivoluzione finì i reali non sapevano come ricompensarla: una parure di brillanti con la scritta «eterna gratitudine», due carrozze piene di vestiti (a compenso di quelli rovinati nella traversata), doni per 6 mila sterline dell'epoca. E all'ammiraglio il titolo di Duca di Bronte (rendita calcolata 3 mila sterline annue).

Così il paesello etneo passava dalla leggenda greca a quella napoleonica. E alla letteratura inglese, dato che il reverendo britannico di origine irlandese Patrick O' Prunty, in onore del novello duca si cambiò il cognome in Bronte (la dieresi per conservare la pronuncia italiana della -e) e la figlia Emily, letterata come le sorelle, ancora porta in giro nel mondo il nome del ciclope etneo in quel romanzo, Cime tempestose, che è tra le opere romantiche più lette e studiate.

[Sergio Sciacca, La Sicilia, 25 Luglio 2004]

«Il primo documento certo, nel quale troviamo citato il casale di Bronte, è del 1308: negli elenchi di coloro che riscuotevano i tributi per conto del papa leggiamo questa affermazione: "Il sacer­do­te Nicola di rito greco, del casale di Bronte, pa­gò 6 tarì" . È ovvio che questo sacerdote non pa­gava il tribu­to a titolo personale, ma come respon­sabi­le del casale.

Pertanto da questa testimonian­za pos­siamo af­fer­mare che all’inizio del secolo XIV il casale di Bron­te esisteva e gli abitanti erano cat­tolici di rito gre­co, collegati probabilmente alla po­pola­zio­ne bi­zan­tina soprav­vissuta alla domina­zio­ne ara­ba.

Poiché troviamo questa comunità nei primi anni del Trecento dobbiamo presumere che occu­passe quel territorio almeno fin dal seco­lo prece­dente»

(A. Longhitano, La Chiesa Madre e l'identità dei brontesi)

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